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Didattica scientifica innovativa: idee e metodi per la Generazione Z

Il 6 settembre 2022 sono stato invitato a Milano, alla prima edizione del JoVE Italian Forum, a parlare davanti a centinaia di docenti universitari (alcuni in presenza, altri online) della transizione digitale nella comunità scientifica e di idee e metodi per la didattica innovativa. Vi riporto di seguito il video e la trascrizione del mio intervento.

La didattica è una forma di comunicazione

Quando Alice Pistoni mi ha chiesto di parlare davanti a una platea di docenti universitari della Transizione Digitale nella Comunità Scientifica e di quali strumenti potrebbero oggi supportare e potenziare la didattica, mi sono interrogato su quale potesse essere il contributo di chi come me è un fisico di formazione e un comunicatore e giornalista scientifico di professione. In realtà anche io ho un po’ di familiarità con la didattica: sono stato insegnante di matematica e fisica alle scuole superiori nei miei primissimi anni di attività lavorativa post-laurea e ogni tanto mi capita di tenere qualche ora di lezione in varie università sui temi della comunicazione scientifica e del rischio, ma insomma, non sono io colui che può insegnare qualcosa dal punto di vista didattico a chi come voi docenti ha molta più esperienza di me in questo ambito.

Mi sono allora interrogato su quale contributo potessi dare in qualità di comunicatore ed è stato abbastanza immediato partire da un presupposto: la didattica è, prima di ogni cosa, una forma di comunicazione. E allora mi sono detto che forse, per fare una buona didattica, è utile essere anche dei bravi comunicatori.

La didattica è interazione e questa interazione è sempre mediata dalla comunicazione, quali che siano le modalità di didattica (online o in presenza) e gli strumenti tecnici utilizzati. E allora se la didattica è in ultima istanza una forma di comunicazione fatta di linguaggi diversi tra loro – la parola, il gesto, lo sguardo, l’espressione, la gestione dello spazio e la prossimità fisica – allora ho pensato che alcuni strumenti e strategie della buona comunicazione potrebbero essere importanti per fare della buona didattica.

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Didattica per chi? La Generazione Z

Un comunicatore ogni volta che deve scrivere un articolo, parlare a una conferenza o tenere un talk come questo, la prima domanda che si fa è sempre la stessa: a chi sto parlando? Chi è il target del mio discorso?

E allora vorrei cominciare col parlare degli studenti a cui ogni giorno fate lezione: i ragazzi e le ragazze della Gen Z.

La Gen Z è la generazione dei nati tra il 1997 e il 2012 e che oggi hanno tra i 10 e i 25 anni. È la generazione dei cosiddetti nativi digitali, i primi ad essere nati dopo l’avvento di internet e ad essere cresciuti circondati da dispositivi hi-tech, digitali, smart, touchscreen e basati su tecnologie intelligenti. È la prima generazione ad essere cresciuta nell’era dei social network e a vivere in modalità onlife: per loro non c’è più distinzione tra vita online e offline, tra vita reale e virtuale. Sono sempre connessi e operano contemporaneamente da molteplici dispositivi e su molteplici piattaforme. L’essere multitasking è un fatto costitutivo della Gen Z.

Questo porta inevitabilmente a un cambiamento in tutte quelle attività neurologiche che riguardano la concentrazione e la memoria. Attenzione, questo è vero per tutti e non solo per la Gen Z, ma è normale che nei giovani gli effetti dell’utilizzo di internet, dei dispositivi e dei Social si accentuino.

Sono moltissimi gli studi scientifici che ne parlano e di certezze in campo scientifico – lo sappiamo – ce ne sono ben poche; eppure, qualcosa di importante è stato compreso. Vi anticipo che quello che sto per dirvi non lo dico per sottolineare le debolezze o le difficoltà di questa generazione nell’apprendimento; al contrario, lo dico per individuarne le potenzialità, a patto che la comunicazione e la didattica sappiano adattarsi a questa nuova forma mentis.

Il primo elemento su cui i più importanti studi di neuroscienze sembrano convergere è questo: l’essere multitasking non solo riduce le capacità di concentrazione sulla singola attività, ma riduce anche le performance di task-switching, ovvero il cambio del focus di attenzione da un argomento all’altro. Come dire: siamo capaci di saltare velocemente da una pagina all’altra, da una foto a un post a un articolo, ma in realtà non siamo concentrati su nulla. Questo ha inevitabilmente delle pesanti ripercussioni quando si deve seguire una lezione o passare delle ore a studiare a casa.

Il secondo aspetto che mi sembra rilevante per la didattica e sul quale molti studi convergono riguarda invece gli effetti sulla memoria: tutti utilizziamo infatti internet come un enorme hard disk esterno dal quale è possibile reperire in brevissimo tempo qualsiasi tipo di informazione. In questo senso, molti studi sono concordi nel dire che internet funga da superstimolo per la memoria transattiva, ovvero quel tipo di memoria che non si basa solo ed esclusivamente sui ricordi dell’individuo ma che al contrario fa leva sulla memoria diffusa nella collettività. Allo stesso tempo però, gli stessi studi sembrano dimostrare che un’eccessiva dipendenza dal mondo online come fonte infinita e sempre disponibile di informazioni, impedisca la corretta attivazione di alcune aree cerebrali importanti per la conservazione a lungo termine delle informazioni recuperate.

Ecco che si pone un doppio problema: da un lato, oggi è meno importante incamerare tante informazioni ma piuttosto è più importante saperle individuare, e saper discernere una fonte affidabile da una che invece non lo è; allo stesso tempo però, è evidente che le memoria a lungo termine continui ad essere importantissima, e l’utilizzo di internet in questo senso non aiuta.

Gli studi scientifici volti ad indagare le caratteristiche dei giovani oggi sono moltissimi e con molteplici aree di indagine. Ma ho voluto citare quelli riguardanti la concentrazione e la memoria perché li ritengo utili per supportare il cuore del mio discorso: comunicare bene significa anche saper individuare delle tecniche e delle strategie che aiutino l’attenzione e la memoria di chi ci ascolta. E quindi, aiuta anche a fare una buona didattica.

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Cognitiva, emozionale o interattiva: le tre facce della stessa lezione

Partiamo da un presupposto che vale per tutti e non solo per la Gen Z: gli studi dimostrano che il massimo dell’attenzione si raggiunge dopo circa 7 minuti dall’inizio di una lezione. Poi la concentrazione va a calare, fino a toccare un minimo, e si rialza leggermente nella parte finale della lezione, quando vengono esposte le conclusioni.

Va a calare a meno che non siamo bravi ad usare degli escamotage – delle tecniche – per riportarla in alto in determinati momenti. Per riuscirci – e questo mi è stato suggerito da Mariano Diotto, docente di neuromarketing – è bene dividere le lezioni in parti cognitive e parti emozionali.

Le parti cognitive sono quei momenti della lezione che oggettivamente richiedono un elevato sforzo di attenzione e concentrazione: perché sto dando informazioni importanti che devono essere assimilate; perché spiego delle regole non banali o concetti complessi che vanno analizzati; perché sto esponendo una dimostrazione fisica o matematica che necessita di impegno per essere seguita e compresa. Pensare di impostare un’intera lezione in modalità cognitiva, a mio modo di vedere, va contro una buona didattica. E attenzione, non sto dicendo nulla di sconvolgente; è capitato a tutti noi tra i banchi universitari di vedere il professore o la professoressa entrare, prendere il gesso e cominciare a spiegare per 50 o a volte anche per 90 minuti di fila, senza prendere fiato, concetti come la meccanica quantistica o la relatività generale. Ma provate a ricordare allora qual era la nostra reazione di studenti: a testa bassa e giù a prendere appunti. Quella può chiamarsi concentrazione? No, e non lo dico io, lo dicono le neuroscienze. In quel momento il nostro cervello è in modalità “risparmio energia”: prendiamo appunti ma non assimiliamo informazioni; ci limitiamo a trascriverle, per poi studiarle, analizzarle, comprenderle e memorizzarle a casa. C’è qualcosa di male a fare lezione in questo modo? No, il rischio però è che nel corso della lezione ci perdiamo tanti studenti per strada, proprio a causa di un carico cognitivo per loro troppo elevato da sopportare.

Proviamo allora a confinare una parte di lezione cognitiva in 7-10 minuti al massimo per poi passare a una parte più emozionale o interattiva, ed ecco che qui ci vengono a supporto tutti gli strumenti digitali e innovativi per la didattica di cui discuterete nel corso del pomeriggio.

Visto che questi strumenti per la didattica sono probabilmente il vostro pane quotidiano, io ho pensato di suggerirvi qualcosa di diverso, che magari conoscete meno e che è molto vicino alle abitudini dei ragazzi e ragazze della Gen Z.

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Divulgazione scientifica online a supporto della didattica innovativa

Un elemento importantissimo è quello di usare il potere delle immagini e dei video, che sono i principali mezzi attraverso cui comunicano i giovani oggi. La Gen Z ha infatti abbandonato o non è mai stata presente in social come Facebook o Twitter, dove ancora si utilizzano le lettere per comunicare; loro stanno su Instagram, Tik Tok e Twitch, e comunicano e interagiscono attraverso fotografie, video, storie e reel. E sono bravissimi nel farlo.

La rete e i social network sono ormai disseminati di progetti di divulgazione scientifica davvero innovativi, interessanti e pure divertenti, per non parlare dei tantissimi libri di divulgazione scientifica. E allora nel corso di una lezione di biologia possiamo pensare di utilizzare uno dei tanti video di Luca Bellagamba su Tik Tok, uno studente di biologia e aspirante divulgatore nato nel 2001 che ogni giorno propone video di un minuto in cui spiega le caratteristiche di una specie animale. I suoi video sono guardati e commentati da centinaia di migliaia di giovani followers.

Oppure, se la nostra è una lezione di matematica, possiamo sempre rimanere su Tik Tok e mostrare uno dei tanti video di  Kyne, drag queen dal make-up molto appariscente che incanta i suoi follower con teoremi, esperimenti e curiosità scientifiche tutt’altro che banali da comprendere. Provare per credere.

Non ci piace Tik Tok? Possiamo spostarci su un’altra piattaforma. Sono innumerevoli oramai i progetti di divulgazione scientifica su Instagram – pensiamo ad esempio al chimico e divulgatore Dario Bressanini. Oppure possiamo far vedere dei pezzi di documentari su Netflix o spezzoni di video tratti da Youtube. O ancora, fare ascoltare un podcast, come quelli di Scientificast o di un progetto che si chiama “Il gorilla ce l’ha piccolo” e che racconta il mondo della riproduzione animale.

Vi assicuro che sono innumerevoli le risorse che possiamo trovare online da cui attingere e che, se usate bene e al momento giusto di una lezione, aiutano a riportare l’attenzione in alto, a far riposare il cervello dei ragazzi riducendo il carico cognitivo, e soprattutto a far sedimentare nella loro mente concetti e nozioni, grazie all’utilizzo di quello che per loro è più familiare: uno smartphone, un social network, una foto o un video.

Ed ecco che allora possiamo ripartire di nuovo con una parte di lezione cognitiva e maggiormente impegnativa e loro ci ascolteranno, fino al prossimo time out e momento di riposo.

Dove, ad esempio, potremmo chiedere loro di rispondere a delle domande in diretta su Mentimeter o eseguire degli esercizi interattivi sulle tante altre app che oggi abbiamo a disposizione per l’educazione e la didattica e ottenere così un doppio risultato: soddisfare la dipendenza che abbiamo tutti di guardare il cellulare anche quando non abbiamo notifiche, che è esattamente come quella di un tabagista che a un certo punto ha bisogno di alzarsi e uscire per fumare una sigaretta; e far sedimentare nella loro mente le informazioni che abbiamo appena trasmesso.

Portare il mondo reale all’interno della didattica

Un altro modo per “spezzare” la parte cognitiva di una lezione con quella emozionale potrebbe essere quella di raccontare un episodio reale, un fatto personale o di cronaca accaduto e che sia collegato con l’argomento che stiamo spiegando.

Questo è un altro aspetto molto importante da tenere presente quando ci relazioniamo coi giovani della Gen Z. Non dobbiamo dimenticarci che voi siete le generazioni del boom economico, della globalizzazione, dell’illusione che possa esserci un benessere diffuso e per tutti. Loro no; loro sono la generazione della fine della grande illusione, della crisi economica permanente, della mancanza di lavoro per i giovani, dei bamboccioni e dei politici che in campagna elettorale aprono Tik Tok per fare loro discorsi paternalisti, della pandemia che improvvisamente ha spezzato il loro percorso di crescita educativo e relazionale. Tutto questo li rende persone molto pragmatiche, che vanno alla ricerca della verità delle cose e della loro utilità. Questo potrebbe apparire un pensiero controintuitivo, perché spesso sui social ci appaiono frivoli e facenti parte di mondi per noi distanti, ma in realtà proprio nei social e su internet, i giovani oggi sono alla ricerca di storie autentiche in grado di emozionare. Proprio su questo aspetto si basa ad esempio il successo degli influencer, persone che si mettono in mostra durante la loro vita reale e di ogni giorno e in questo modo diventano punti di rifermento per i giovani, talvolta in senso negativo ma altre volte in positivo, come quegli influencer che ad esempio si occupano di tematiche sociali o diritti civili.

Allora provate anche voi a portare il mondo reale all’interno delle vostre lezioni. Pensate ad esempio a fatti accaduti nelle ultime settimane e che hanno un enorme portato scientifico, oltre che mediatico, da raccontare: il crollo del ghiacciaio della Marmolada, il fulmine che ha colpito e ucciso un escursionista, il lancio fallito della NASA che aveva come obiettivo la Luna, la fotografia del buco nero al centro della nostra galassia e potrei continuare all’infinito. Utilizziamo questi eventi e queste immagini fortissime che restano impresse nella nostra mente per esprimere anche l’utilità di ciò che stiamo insegnando e per dare concretezza al sapere che stiamo trasmettendo. Raccontiamo, perché no, anche fatti personali e che possono in qualche modo collegarsi al tema della lezione. Questa è una classica tecnica dello storytelling che, se usata al momento giusto, riporta in alto l’attenzione del pubblico e lo conquista.

Lo ripeto: non dobbiamo sminuire l’aspetto emozionale all’interno di una lezione, attraverso il quale si consolida l’informazione e si memorizza. E alterniamolo ogni 7-10 minuti alle parti cognitive, quelle più impegnative e ricche di contenuto.

Comunicazione e didattica: tre consigli (non rischiesti)

Ultimi tre consigli che provengono dal mondo della comunicazione e che secondo me possono aiutare la didattica.

Primo consiglio: all’inizio di una lezione facciamo sempre il riassunto delle puntate precedenti.

Immaginate un intero corso universitario come se fosse un enorme romanzo storico, un mattone di oltre 1000 pagine alla Tolstoj o alla Grossman. Quante volte nel leggerlo abbiamo sfogliato le pagine all’indietro, per ricostruire la storia di un personaggio o un episodio che ci eravamo persi? Se ci fate caso le serie tv come “Un posto al sole” o le lunghe serie Netflix hanno risolto questo problema proprio inserendo il riassunto delle puntate precedenti all’inizio di ogni puntata. È utile quindi farlo anche all’inizio di ogni lezione, magari con una freccia del tempo, una timeline che indichi a che punto siamo del corso: ci mettiamo a sinistra e guardiamo verso destra, e in questo modo diamo un’idea di avanzamento, di work in progress fatto di tappe e obiettivi raggiunti e da raggiungere.  

Secondo consiglio: come supporto alla nostra lezione, usiamo un template riconoscibile e delle belle presentazioni. Poche parole nelle slide, ricordiamoci che sono solo un sopporto al nostro discorso e che dobbiamo essere noi al centro della scena. Questo fa si che i ragazzi vi ricordino per determinati elementi: un template, una foto che usate spesso, una frase che ricorre e con cui iniziate o chiudete ogni lezione. Si tratta di una grammatica linguistica e visiva che aiuta chi vi ascolta (e anche in questo, Mariano Diotto è un Maestro).

Terzo consiglio: usiamo anche l’ironia, facciamoli ridere ogni tanto. Lo so, non è per tutti facile perché non abbiamo tutti lo stesso carattere. Ma anche in questo caso ci sono video, serie tv, immagini o meme che possono aiutarci. Qualche esempio? Basta andare sul sito del bellissimo progetto di divulgazione scientifica chiamato La Scienza Coatta.

Farsi una bella risata aiuta sempre. Ma soprattutto, affianco a quei meme ci sono delle didascalie ricche di informazioni su questi personaggi, un ottimo modo per avvicinare i ragazzi alle biografie di scienziati, alle loro imprese scientifiche e alla storia della scienza.

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Le conclusioni di una lezione (o di un talk come questo)

Come sempre, arriva il momento finale della vostra lezione e del mio discorso. In questi casi, in genere, è bene tirare le somme di quanto si è detto. Come vi ho accennato prima, nelle fasi conclusive l’attenzione torna a salire in modo naturale ed è bene sfruttare questo momento per riassumere i concetti e favorire la loro sedimentazione.

In questi 15 minuti ho provato a darvi un quadro descrittivo e ovviamente approssimativo dei giovani oggi, con le loro caratteristiche e peculiarità che se avete notato ho cercato sempre di volgere in positivo, perché penso che i giovani vadano sempre aiutati e sostenuti e mai condannati. E ho cercato di raccontare come il loro essere nativi digitali, multitasking e sempre connessi non è necessariamente un ostacolo al loro processo di apprendimento e formazione ma al contrario può essere un incentivo, se sfruttato nel modo giusto.

Ho voluto così darvi alcuni consigli che provengono dalle esperienze di noi comunicatori: nel modo di costruire una lezione e di parlare in pubblico, nel modo di saper mantenere l’attenzione alta durante tutto il discorso e nelle tante risorse online che abbiamo a disposizione per la didattica, anche nel mondo di internet e dei social network. E spero davvero che tutto questo sia stato utile.

Grazie!

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